A Montemaggiore Belsito, c’è un giorno in cui Piazza Roma smette di essere solo una piazza. Diventa altare, diventa abbraccio, diventa messaggio. È il giorno della Tavolata di San Giuseppe, quando Montemaggiore Belsito imbandisce la sua devozione e la offre al mondo. E quest’anno, quella bellezza ha avuto un nome in più: pace.
La piazza come cornice, il pane come preghiera
Immaginate Piazza Roma a Maggio, Il cielo di Sicilia è già una promessa. Le pietre antiche del borgo madonita fanno da quinta naturale a uno spettacolo che non ha regia, ma ha un’anima. Tavoli lunghissimi, tovaglie bianche ricamate dalle nonne, il profumo del pane caldo che si mescola all’aria fresca delle colline. È la Tavolata di San Giuseppe, il rito che trasforma il cibo in carità e la tradizione in comunità.
Qui non si apparecchia solo per mangiare. Si apparecchia per ricordare. Ogni forma di pane è una preghiera: i cuddureddi intrecciati, le croci, gli attrezzi del falegname, i pesci simbolo di abbondanza. Tredici portate, niente carne, solo i frutti della terra povera che diventa ricca quando si condivide. Pasta con finocchi e sarde, finocchi, arance, ceci, sfinci dorate che profumano di festa. È la Quaresima che si fa gioia, è San Giuseppe Patriarca che si fa padre di tutti.
L’opera del Prof. Francesco Militello: quando l’arte spezza il pane per la pace la colomba, che vola libera.
Quest’anno, però, la Tavolata ha parlato una lingua in più. Quella dell’arte. Al centro di Piazza Roma, tra i piatti colmi e i sorrisi dei virgineddi, ha preso vita l’opera del professore Francesco Militello. Un’installazione viva, fatta di fiori e mani sapienti .
L’artista madonita ha trasformato la tradizione in messaggio universale, è diventato colomba con ramo d’ulivo, che è diventato parola. Un’opera toccante che guarda dritto negli occhi questo tempo ferito dalle guerre. Mentre il mondo si distrugge. Montemaggiore mette in piazza un tavolo. Mentre altrove si alzano muri, qui si spezza il pane. Mentre i popoli soffrono, da questa piazza parte un silenzio che urla pace.
“L’arte non può fermare le bombe, ma può ricordare agli uomini perché non dovrebbero tirarle”, sembra dire l’opera di Militello. E lo dice con la materia più umile e più potente che esista. attraverso i “virgineddi” di San Giuseppe.
La bellezza imbandita che cura.
La Tavolata di Montemaggiore non è folklore. È resistenza culturale. È il paese che si stringe attorno ai suoi figli e dice: noi siamo ancora capaci di cura. Le donne, con le mani sapienti ereditate dalle madri che non ci sono più, lavorano per giorni. Impastano all’alba, cucinano con le ricette che non stanno sui libri ma nella memoria.
E Piazza Roma, con la sua eleganza composta, con il municipio che veglia e le case che si affacciano come in un anfiteatro, è la cornice perfetta. Non serve altro. La bellezza qui non è costruita: è imbandita. È nei gesti, nei volti dei giovani, nel vapore che sale dai piatti, nel sole che accarezza le tovaglie.
Un messaggio che parte da un borgo e arriva al mondo
In un’epoca di rumore, Montemaggiore sceglie il rito. In un tempo di divisioni, sceglie il tavolo comune. In un mondo afflitto dalla guerra, sceglie di rispondere con il pane, con l’arte, con i bambini.
Il sole che resta… nell’aria un profumo che sa di antico e di futuro insieme. È il profumo del pane di San Giuseppe. È il profumo della pace. È il profumo di Montemaggiore Belsito, piccolo diamante che ha deciso di brillare per ricordare a tutti che un altro mondo è possibile.
Tutto questo e’ stato reso possibile grazie all’organizzazione impeccabile del Comitato volontari San Giuseppe. (Foto di Loredana Pace)
Giuseppe Mesi








