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Libri,Vitalina una storia di memoria e di riscatto

Una sala attenta, partecipe e profondamente interessata ha accompagnato la presentazione del libro dedicato alla storia di Vitalina, una vicenda rimasta per decenni nella memoria privata di alcune famiglie e che oggi, attraverso la scrittura, torna a essere patrimonio della memoria collettiva.Ad aprire l’incontro sono stati i saluti del Sindaco di Petralia Sottana Pietro Polito e dell’Assessora Consuelo Serio, che hanno sottolineato il valore di un’iniziativa capace di riportare alla luce una pagina della storia della comunità che, per molti dei presenti, era fino a quel momento del tutto sconosciuta.Ed è stato proprio questo uno degli elementi più significativi della serata: scoprire che, accanto alla storia ufficiale di un paese, esistono tante storie sommerse, custodite nei ricordi familiari, nei racconti tramandati, nelle voci di chi c’era. Storie che rischiano di scomparire se nessuno trova il coraggio di raccoglierle e restituirle alla comunità.


A prendere per prima la parola è stata la professoressa Lucia Macaluso, che ha scelto di partire dalla copertina del libro, riproduzione della celebre Giuditta che decapita Oloferne di Artemisia Gentileschi, conservata alle Gallerie degli Uffizi. Il dipinto, realizzato intorno al 1620, rappresenta con una violenza visiva volutamente sconvolgente l’atto della decapitazione e appartiene a una delle pagine più intense della pittura di Artemisia.Una scelta tutt’altro che casuale.Da quell’immagine è partita una riflessione sul significato dell’onore e sulla violenza di una società nella quale l’onta, reale o presunta, poteva essere lavata con il sangue.Un viaggio attraverso arte, letteratura e cinema ha mostrato come il tema dell’onore abbia attraversato per secoli la cultura italiana, trasformandosi spesso da valore morale in una gabbia sociale, capace di imporre comportamenti, silenzi e perfino violenza.È stata ricordata la figura di Beatrice Cenci, la giovane romana condannata a morte nel 1599, la cui vicenda è entrata nell’immaginario artistico e letterario e che viene talvolta accostata, sul piano delle interpretazioni e delle suggestioni, alla Giuditta di Caravaggio. Un accostamento affascinante, ma non documentato come rapporto diretto tra il pittore e la vicenda di Beatrice.


E poi Artemisia Gentileschi: una donna vittima di violenza che, nel processo contro Agostino Tassi, fu sottoposta persino alla tortura per verificare la veridicità delle sue accuse. La sua Giuditta è stata così letta anche come una potente immagine di rivalsa, sebbene il rapporto autobiografico tra la vicenda personale di Artemisia e il dipinto appartenga soprattutto all’interpretazione critica. Gli Uffizi sottolineano comunque il carattere straordinariamente potente dell’opera e la vicenda umana e professionale di una donna che riuscì ad affermarsi in un mondo dominato dagli uomini.Dall’arte alla letteratura, il filo dell’onore è proseguito con Giovanni Verga e Cavalleria rusticana, fino a Leonardo Sciascia, con A ciascuno il suo e quella che è stata definita la geometria dell’ipocrisia dell’onore.E ancora Vitaliano Brancati, con il suo gallismo: un mondo nel quale l’onore non è più una virtù morale, ma una maschera sociale ossessiva, grottesca e profondamente ipocrita.La riflessione è poi arrivata al cinema di Pietro Germi, con il dittico rappresentato da Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata, dove l’onore diventa una vera e propria gabbia sociale e un’ossessione collettiva.Fino alla possibilità di un riscatto che rompe quella gabbia, come ne La ragazza con la pistola di Mario Monicelli.E, tornando alla storia di Vitalina, alla modernità di una donna che trova il coraggio di denunciare, di sottrarsi al silenzio e di dire no a un destino che la società aveva già scritto per lei.Su questo passaggio si è innestato l’intervento dell’avvocata Cinzia Di Vita, che ha riportato il pubblico dentro la realtà giuridica dell’Italia degli anni Cinquanta.


Nel 1951 erano ancora in vigore nel Codice penale norme che oggi appaiono inconcepibili. Il cosiddetto delitto d’onore, previsto dall’articolo 587 del Codice Rocco, riconosceva una particolare rilevanza alla causa d’onore. E l’articolo 544 disciplinava il cosiddetto matrimonio riparatore, attraverso il quale il matrimonio con la persona offesa poteva estinguere il reato.Non erano soltanto norme giuridiche: erano lo specchio di una mentalità nella quale l’onore della famiglia e la reputazione sociale potevano prevalere sulla libertà e sulla dignità della donna.Queste disposizioni furono cancellate soltanto con la legge 5 agosto 1981, n. 442, che abrogò gli articoli 544 e 587, oltre all’articolo 592 del Codice penale.E ancora nel 1996 sarebbe arrivato un altro passaggio fondamentale: con la legge n. 66 la violenza sessuale sarebbe stata finalmente riconosciuta come delitto contro la persona, superando l’impostazione che l’aveva collocata per decenni tra i delitti contro la morale pubblica.In questo lungo percorso di emancipazione, la storia di Franca Viola rappresenta uno dei simboli più forti.
La giovane siciliana rifiutò il matrimonio riparatore dopo essere stata rapita e violentata e scelse di affrontare il processo contro il suo aggressore. La sua famiglia le rimase accanto e quella scelta contribuì a rompere pubblicamente un meccanismo sociale che sembrava immutabile.Ma il valore della storia di Vitalina sta anche nel ricordarci che non tutte le donne ebbero una famiglia capace o nelle condizioni di sostenerle.E proprio per questo il coraggio di chi si ribellò assume oggi un significato ancora più grande.


A raccontare la genesi del libro è stato Salvatore Lombardo, che ha ripercorso le circostanze attraverso le quali è venuto a conoscenza della storia di Vitalina.Da un incontro con una vicenda che avrebbe potuto rimanere confinata alla memoria privata è nata la necessità di approfondire, ricostruire i fatti, ascoltare le testimonianze e soprattutto interrogarsi sul significato che quella storia poteva ancora avere per la comunità.Non soltanto, dunque, la cronaca di un fatto del passato, ma la scoperta di una storia che chiedeva di essere raccontata.
Mario Scornavacche ha invece riportato al centro della narrazione un altro elemento fondamentale: la memoria familiare.
I ricordi tramandati, le parole ascoltate negli anni e la figura del cantastorie Ciccio Busacca hanno contribuito a conservare tracce di quella vicenda tragica.Ed è proprio dall’intreccio tra memoria familiare e incontro con Salvatore Lombardo che è maturata la decisione di trasformare quei ricordi in un libro.Un libro che non vuole soltanto raccontare ciò che accadde, ma restituire a Vitalina qualcosa che la storia, il tempo e il giudizio sociale le avevano sottratto: la sua dignità.Alla fine della serata è apparso chiaro che il libro non racconta soltanto una donna e una vicenda dolorosa.Racconta una società, racconta il modo in cui per secoli le donne sono state giudicate, racconta il peso della reputazione, il silenzio imposto, il potere delle convenzioni e la forza con cui alcune donne hanno cominciato a spezzarle.E racconta anche quanto sia importante recuperare la memoria, soprattutto quella che non è mai entrata nei libri di storia.Perché una comunità non è fatta soltanto dei suoi monumenti, delle sue date e dei suoi personaggi illustri. È fatta anche delle vite delle persone comuni, delle tragedie dimenticate, dei silenzi, delle ingiustizie e dei gesti di coraggio che, talvolta, hanno anticipato di decenni i cambiamenti della società.
La storia di Vitalina oggi torna a parlare.E lo fa attraverso un libro che, prima ancora di raccontare un fatto, compie un gesto di giustizia: restituire un nome, una voce e una dignità a una donna che il tempo aveva quasi cancellato.

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