In queste giornate di canicola, Cefalù mi ha aperto le sue antiche porte accogliendomi nella mitica via Mandralisca, luogo di cultura e magia, dove si trovano, per altro, la bottega del Maestro Forte e il Caffè Letterario gestito dal poliedrico Giuseppe Provenza. Un vero refrigerio. Una silloge di valori. Proprio negli spazi del Caffè Letterario è esposta in questi giorni una mostra di 13 tele di Pippo Forte, uno spaccato della sua produzione pittorica, opere selezionate, con tutto un suo significato d’insieme, da Giuseppe Provenza, appassionato cultore di arte e arti. Opere che danno ulteriore luce ad uno spazio che è stato in modo attento e colto restaurato e restituito alla sua antica nobiltà. Una simbiosi dove la forza del segno e la vibrazione del colore si coniugano di continuo in felice sintesi con lo storico luogo. L’altro giorno, dopo la visita al Caffè Letterario, ho percorso nuovamente la mitica via Mandralisca, con il suo lastricato normanno e le sue caratteristiche “vanedde”, fino al civico 44, sede dello storico Centro d’arte “Il Vaglio” fondato nel 1970 ad opera di un manipolo di giovani artisti, oggi studio del Maestro Forte, uno dei suoi fondatori, un vecchio signore che certamente conosce le regole dell’accoglienza e non solo. Mi aspettava sulla soglia. Sono entrata nel suo atelier, tutto uno sfolgorio di colori che, parafrasando Ungaretti, s’illuminano d’immenso. Ma il colore acceso non è l’unica nota; ci sono anche elementi più umbratili, più raccolti e intimisti; ci sono grafiche, acquerelli, disegni a china, acrilici, tempere; ci sono temi paesaggistici e soggetti mistici. Eppure, tutto questo insieme ha una sua unicità perché il lavoro del Maestro Forte ha un’unica matrice di provenienza: è sempre appartato, intimistico, anche quando i colori esplodono come nella musica lirica allorché la vibrazione delle note divampa e il diagramma musicale si fa composito ma sempre composto, così come composita e composta è la sua formazione culturale che abbraccia arte e letteratura in una felice sintesi di prodotti diversi esprimendo sentimenti più profondi attraverso la rappresentazione della vita quotidiana, degli ambienti familiari e dei dettagli personali. Da Ottone Rosai a Paul Cézanne; da Giovanni Fattori, ai miti greci; dagli Impressionisti ai Macchiaioli; dalla Metafisica al Cubismo, al Surrealismo al Futurismo e oltre …fino a quell’altrove che, nel Maestro Forte, è il legame con la sua Terra, con i suoi affetti, con i suo richiami ancestrali. L’agilità del segno grafico, la vastità iconografica, l’incessante rincorrersi d luci e ombre, la poesia soffusa, ci riportano a una cifra linguistica i cui codici non sono sempre visibili e non è facile “leggere” quello che si cela dietro i sogni, i vagheggiamenti, il rincorrersi delle aspirazioni di crescita poetica. Forza dirompente e religiosità si intrecciano in una serie di dati, di composizioni e scomposizioni, di accavallamenti di pensiero, di immagini frammentate e, subito dopo, ricomposte. Quasi un gioco a nascondersi. Dolore e sogno, forza dirompente e misticismo si accavallano in una serie di dati e di momenti come quelle onde del mare frastagliate, quasi dorsi di dinosauri, che tanto ricordano la “Creuza de mä” di Fabrizio De Andrè dove “creuza”, in ligure, significa “sentiero, mulattiera” e, quindi, per estensione di linguaggio, sentieri e mulattiere di mare…. Tutto un inseguirsi di creste di onde che si frangono contro le scogliere sulle quali campeggiano case e casette che ci riportano a Ottone Rosai ma anche ai tetti descritti in modo sublime da Federigco Tozzi. E qua si ricompongono arte e letteratura, trovano compostezza i luoghi di un mondo poetico e drammatico, i sentimenti forti di un legame ancestrale alla propria Terra. Qua, sulla sua tavolozza di colori, con tutta la sua vibrazione poetica e con tutti i suoi rimandi a un mondo della grande Storia, sussurra tutto uno spazio di vissuto e non vissuto. Qua si ricompone l’acqua del lavatoio medievale che corre giù dalla mitica Rocca con tutto il gorgoglio di quei suoni che ispirarono, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, i canti delle donne che lavavano i panni: canti lunghi, cadenzati e struggenti, non di rado improvvisati, accompagnati dal battito dei panni sulle scanalature delle vasche di pietra dello spettacolare e misterioso lavatoio arabo. Vasche che venivano irrorate dalla freddissima acqua del fiume Cefalino che scende giù, festoso e gorgogliante, dalla maestosa Rocca saltando, nell’ultimo tratto, su piccole cateratte, cadendo poi, tutto d´ un tratto, a mo´ di pioggia di cristallo e mettendo in bella e fiera mostra gli archi ogivali tipici di un’architettura araba sviluppatasi in loco . Quei canti, quei gorgoglii, quegli archi ogivali, quelle vasche, li sentiamo e li vediamo ora osservando il lavatoio dipinto dal Maestro Forte; quei canti li percepiamo tra le onde increspate di alcuni suoi quadri. Quel diagramma di note musicali aleggia e volteggia come ali di gabbiani su un mare blu cobalto, drammatico e misterioso, surreale e altamente poetico. E’ il mare di Pippo Forte, è la sua Terra, è il suo animo che vibra insieme ai suoi colori, insieme al suo segno deciso, agile e poetico.