Avviato il percorso promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo, che riunisce giovani e professionisti per discutere di fiducia, trasformazioni tecnologiche e rapporto con il pubblico. Dall’esperienza di Cheryl Phillips (Stanford University) emerge il valore dell’integrazione tra dati e reportage per produrre inchieste con impatto concreto.
«La libertà dell’informazione deve essere accompagnata dalla formazione. Nell’era dei social, segnata da bolle informative e contenuti spesso distorti, diventa fondamentale il ruolo di giornalisti preparati, liberi e responsabili, capaci di contribuire a un’opinione pubblica consapevole». Con queste parole la presidente della Scuola Superiore di Catania, Ida Nicotra, ha aperto l’ottava edizione de “Il giornalismo che verrà – Festival dell’informazione mediterranea”, avviata lo scorso martedì 21 aprile a Catania.
Oltre quaranta giovani provenienti da diverse città d’Italia partecipano al percorso che, fino al 24 maggio, metterà in dialogo studenti e professionisti su futuro dell’informazione, comunità e trasformazioni tecnologiche. «Quando, nel 2018, abbiamo dato il via al primo workshop – ha raccontato Giuseppe Di Fazio, coordinatore del workshop e responsabile di Avvenire Catania – sembrava un’avventura impossibile. Oggi siamo ancora qui, a confrontarci con trasformazioni profonde e a osservare segnali di rinascita. Per la prima volta il Festival è promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo ETS, nata da una rete costruita negli anni e capace di generare opportunità concrete per molti partecipanti».
Sul rapporto tra giornalismo e pubblico è intervenuto Giorgio Romeo, presidente della Fondazione e direttore del Sicilian Post: «Quando si muovono i primi passi in questo settore, la prima cosa che viene insegnata è trovare una storia. E questo funziona. Ma oggi non è più sufficiente: il contesto è radicalmente cambiato». Secondo il Digital News Report del Reuters Institute for the Study of Journalism, cresce il numero di persone che evita le notizie o fatica a distinguere tra vero e falso: «I giornalisti sono tra le categorie in cui è riposta minor fiducia, ma questa fiducia non è scomparsa. I più giovani si informano, ma in modo diverso, con formati più fluidi e frammentati».
Il tema diventa allora comprendere come rispondere a questi bisogni: «Il lavoro del buon giornalista è essere semplice, non semplificare. Non bisogna temere la complessità. Il workshop nasce proprio con questa ambizione: imparare a muoversi dentro questa complessità e sviluppare la consapevolezza che il giornalismo non è solo una tecnica, ma un modo di stare al mondo».
Ospite d’onore della giornata inaugurale è stata Cheryl Phillips, docente presso l’università di Stanford e giornalista pluripremiata, che proprio sul rapporto tra giornalismo e comunità ha raccontato la sua esperienza nel giornalismo locale e nell’utilizzo dei dati, da cui è nata la piattaforma Big Local News: «L’obiettivo principale è aiutare i giornalisti a raccontare le storie che provengono dalle loro comunità. Per farlo, raccogliamo una grande mole di dati, spesso difficili da utilizzare, e creiamo strumenti che ne rendano più agevole la consultazione. Supportiamo le redazioni, anche quelle che si avvicinano a questo ambito, attraverso attività di coaching per accrescere le competenze». Da queste sinergie, condotte anche con realtà come il New York Times, sono nate inchieste con un notevole impatto: «Ci siamo occupati, ad esempio, delle morti per overdose di uomini tra i 50 e i 70 anni nell’area di Baltimora, o della dipendenza da metadone tra le fasce di reddito più basse nello Stato di Washington. In alcuni casi, ciò che emerge dai dati ha contribuito a modificare decisioni pubbliche». Ma il dato, tuttavia, non basta da solo: «L’attività di reportage è preziosa, perché aiuta a comprendere ciò che nei dati non torna. L’analisi serve a individuare schemi e corrispondenze, ma anche a trovare dentro quei numeri le storie delle persone e delle comunità, e assicurarsi che vengano raccontate».
Il giornalismo che verrà è promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo in collaborazione con l’Università di Catania. L’iniziativa è gratuita grazie al supporto finanziario dato dalla Scuola Superiore di Catania nell’ambito del progetto SAFI3 – Sinergie per orientare e promuovere un’Alta Formazione Innovativa, Interdisciplinare, Internazionale (PNRR, M4C1, CUP: E62B24000380001) e al supporto di Crédit Agricole e Unipol.
IL PROSSIMO APPUNTAMENTO
Martedì 28 aprile , sempre presso Villa San Saverio, sede della Scuola Superiore di Catania, il programma de “Il Giornalismo che verrà”, prevedrà tre incontri aperti al pubblico. Alle ore 16:00 protagonista del panel sarà Madhav Chinnappa, fellow del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford e già direttore del news ecosystem development di Google, il quale affronterà il tema del difficile ma affascinante rapporto tra giornalismo ed IA. Alle ore 17:00 il direttore di Pagella Politica e Facta News Giovanni Zagni, partendo dal suo ultimo volume Storie false. Dai faraoni alle bufale online, proporrà un excursus su quanto le fake news siano sempre state presenti nella nostra società, al punto da avere il potere di plasmarla. L’ultimo evento della giornata, alle ore 18:00, vedrà intervenire Domenico Quirico, reporter de La Stampa, sul tema delle migrazioni nel Mediterraneo, frontiera centrale del nostro tempo, troppe volte ferita e dimenticata. Tutti gli eventi sono a ingresso libero fino ad esaurimento posti.








