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“Solidali”, presentazione ufficiale del nuovo Movimento

Larga partecipazione alla presentazione del Movimento “Solidali”, avvenuta ieri sera all’Hotel San Paolo di Palermo. Dopo la parte introduttiva, curata da Mario Cicero, sindaco di Castelbuono, e Silvia Scerrino, i lavori, coordinati da Giovanni Ruvolo, dell’associazione “Futura – Costruiamo la città”, sono stati strutturati in due momenti di dialogo. Il primo sul tema “Il diritto alla buona amministrazione”, moderato da Giuseppe Vecchio, docente universitario, ha avuto come protagonisti Maria Terranova, sindaco di Termini Imerese, Ottavio Zacco, consigliere comunale a Palermo, e Marco Romano, docente universitario, e Nicola D’Agostino, deputato regionale. Il secondo, moderato da Anna Ponente, del centro diaconale “La noce” – Istituto Valdese, ha visto gli interventi di Marta Bonafoni, delegata per il Terzo settore e l’Associazionismo del Partito Democratico, Carmelo Traina, di “PattoXRestare”, Giuseppe Mattina, coordinatore del Centro studi “Don Calabria” Sicilia, e Filippo Parrino, presidente regionale di Legacoop. Hanno presenziato vari esponenti istituzionali del Partito Democratico, tra cui i deputati nazionali Paolo Ciani, segretario di Democrazia solidale, ed Anthony Barbagallo, segretario regionale dello stesso partito, i deputati regionali Antonello Cracolici, Michele Catanzaro e Fabio Venezia, nonché Nuccio Di Paola, coordinatore regionale del Movimento 5 Stelle; tra il pubblico anche Fabrizio Micari, di Casa Riformista, e Kheit Abdelhafid, presidente della Comunità Islamica di Sicilia ed Imam di Catania. Le conclusioni sono affidate ad Emiliano Abramo, tra i promotori di “Solidali”. Questo il testo del suo intervento: “Grazie. Tre volte grazie. Non per cerimonia, ma per insistenza: in Sicilia, se non ripeti le cose almeno tre volte, qualcuno si convince che non le hai dette. E oggi, di cose da dire, ce ne sono parecchie. Abbiamo raccontato una verità che non ha bisogno di effetti speciali: questa terra è stanca. Non arresa, non depressa. Stanca. Quando una comunità è stanca, non chiede miracoli: chiede che qualcuno la ascolti davvero, senza fare finta. Perché molte persone non trovano oggi un modello di rapporto con il Palazzo. E non è un problema di comunicazione: è un problema di distanza. Una distanza che non si colma con i comunicati stampa, ma con la realtà che, purtroppo, parla chiaro. La Sicilia è la regione più anziana del Mezzogiorno, con un’età media di 46,2 anni. È anche quella con la più alta incidenza di povertà assoluta: 12,1% delle famiglie. Ogni anno se ne vanno 28.000 giovani, e non per Erasmus: per sopravvivere. La corruzione non è un sospetto, è un dato. La logistica è un freno a mano tirato: il 40% del valore dei prodotti agricoli si perde per mancanza di infrastrutture. E l’energia la paghiamo più di chi non la produce, che già basterebbe per scrivere un trattato sull’assurdo. Non serve un editoriale: basta aprire gli occhi. Mentre la Sicilia arranca, c’è chi pensa che la soluzione siano le idee estremiste da sposare. Penso ad esempio a chi parla di “remigrazione”, come se le persone fossero pacchi da rispedire al mittente. Una fantasia pericolosa, che non ha nulla di politico: è solo la versione aggiornata della paura. La paura, quando diventa programma, produce mostri. La mia storia — la nostra storia — parla di tutt’altro. Parla di vite salvate, di accoglienza, di integrazione. Parla di mani tese, non di porte, o porti, sbarrate. Parla di comunità che si allarga, non che si restringe. Ecco perché il mio appello al mondo moderato: davvero volete proporci una Sicilia di Lega e Vannacci? Davvero riuscite a digerire la grave corruzione vissuta senza sentire di dovere vivere e proporre qualcosa di pulito? Noi siamo la società del convivere. Siamo già il futuro, perché il futuro non è mai fatto di muri: è fatto di persone. Dobbiamo opporci, con fermezza, a chi con violenza verbale e politica vuole rallentarci, riportarci indietro, farci credere che la convivenza sia un problema invece che una risorsa e non penso solo a quella tra chi migra e chi resta ma anche tra chi ha e chi non ha, tra centro e periferia, tra giovani e anziani. Io non ho paura della diversità! Giorgio La Pira, che la Sicilia la conosceva come si conosce una madre, diceva: «Le città non devono morire. Le città devono vivere». Qui, invece, da anni si pratica la manutenzione della sopravvivenza. Una politica che non costruisce, ma tampona. Non apre, ma restringe. Non include, ma seleziona. E così la Sicilia è diventata un luogo dove, visto che siamo all’Hotel San Paolo, «siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati». (2Cor, 4,8). Il problema è che, continuando così, il “non schiacciati” rischia di diventare un ricordo. “Solidali” nasce per questo: non per aggiungere una sigla al già affollato panorama delle sigle, ma per dire che questa terra ha bisogno di una cosa che non si compra, non si promette, non si improvvisa: Unità! Noi non lanciamo un partito, ma diciamo ai partiti che c’è una società che fa politica fuori dai palazzi che sa fare le cose, sa amministrare Comuni, sa scrivere leggi, sa annullare la distanza tra i cittadini ed il palazzo perché sa far visita e accarezzare il volto di un anziano, non vuol stare lontano dalle famiglie perché costretto a migrare, vuole studiare e impegnarsi nei nostri atenei, si appassiona alle periferie e sceglie di spenderci la vita. Il nostro non è un giudizio, piuttosto voglio dirvi che noi ci siamo e che il nostro intervento nel dibattito pubblico non sarà volgare e scarso come spesso certa politica ci ha abituato, ma etico, qualificato e vincente. Per essere chiaro io non voglio partecipare, voglio vincere! Vincere vuol dire rappresentare questa isola che è stanca del passato ma vuole quel futuro che ho tratteggiato. Personalmente continuo a servire ovvero a rappresentare la tanta gente che ha avuto la vita segnata dalla mala politica e che riconosciamo dalle cicatrici rimaste sulla pelle di molti: penso alle cicatrici della dispersione scolastica, dell’acqua ma anche quelle vere, che deturpano il corpo, ovvero quelle della mala sanità. Ho parlato di acqua. La Sicilia che abbiamo davanti è una terra che perde acqua nei tubi come se fosse un passatempo, perde giovani come se fossero spiccioli, perde valore nei porti come se fosse inevitabile, perde dignità nelle pratiche deteriori come se fosse tradizione, perde tempo nelle ridotte elettorali come se fosse sport, perde memoria della sua mediterraneità come se fosse un fastidio. Eppure, nonostante tutto, non perde la voglia di rialzarsi. Che è l’unica cosa che non sono riusciti a toglierle. Il punto è semplice: se non ricostruiamo la cultura della responsabilità, la Sicilia continuerà a essere un luogo dove si sopravvive, non dove si vive. Se, invece, ricostruiamo la comunità, allora questa terra può tornare a essere ciò che La Pira chiamava “crocevia di civiltà”. Allora sì, oggi possiamo dirlo senza giri di parole: non stiamo chiudendo un incontro, stiamo aprendo un cammino. Un cammino che non appartiene a chi parla, ma a chi partecipa. Non a chi promette, ma a chi costruisce. Non a chi chiede consenso, ma a chi offre responsabilità. La Sicilia non ha bisogno di nuovi slogan. Ha bisogno di nuove persone. E di una parola che sembra piccola, ma è enorme: solidarietà. Grazie. Tre volte grazie”.

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