HomeSocietàLOMBARDI E SANTI, LE RADICI DI UN CENTROSINISTRA ANCORA ATTUALE

LOMBARDI E SANTI, LE RADICI DI UN CENTROSINISTRA ANCORA ATTUALE

Ci sono stagioni politiche che appartengono alla storia, ma che nello stesso tempo continuano a porre domande.È il caso del riformismo socialista di Riccardo Lombardi e del pensiero politico e sindacale di Fernando Santi. Due esperienze differenti,ma accomunate dalla convinzione che la crescita economica non potesse essere lasciata soltanto alle dinamiche del mercato e che la politica dovesse avere la capacità di orientarla, correggendone gli squilibri e trasformandola in sviluppo sociale.Negli anni del cosiddetto miracolo economico
Lombardi (nella foto a sinistra) pose al centro del suo impegno le “riforme di struttura”: interventi capaci di incidere sui grandi assetti economici del Paese e di allargare gli spazi della decisione pubblica. La nazionalizzazione dell’energia elettrica, realizzata nel 1962, rappresentò uno dei passaggi più significativi di quella stagione.


Ma il progetto lombardiano andava oltre
perché comprendeva programmazione economica,
politica urbanistica, riequilibrio dei poteri
e una più forte capacità dello Stato di indirizzare
gli investimenti. Lo stesso Lombardi sarebbe poi
diventato critico verso un centrosinistra che, a
suo giudizio, aveva progressivamente ridimensionato
quella spinta riformatrice.
Fernando Santi (nella foto a destra) percorse
una strada per molti aspetti parallela. Socialista
e protagonista del sindacato italiano, partecipò
con Giuseppe Di Vittorio al Piano del lavoro della
Confederazione generale italiana del lavoro
(Cgil) e sostenne la necessità di riforme strutturali
inserite in una politica di programmazione.
Fu favorevole alla partecipazione socialista al
governo, ma mantenne sempre una forte attenzione
all’autonomia del sindacato e all’unità del
mondo del lavoro.
Negli anni della crescita industriale operò anche
come elemento di collegamento tra Cgil,
Confederazione italiana sindacati lavoratori
(Cisl) e Unione italiana del lavoro (Uil).
C’era però un altro elemento centrale nella sua
visione: la possibilità di costruire un terreno
politico comune tra la tradizione socialista e le
componenti riformatrici del mondo cattolico.
È una delle chiavi attraverso cui l’Istituto Italiano
Fernando Santi ha continuato negli anni a
leggere l’attualità del suo pensiero, che non
prevede la cancellazione delle diverse culture
politiche, ma guarda alla loro capacità di incontrarsi
intorno a un programma di trasformazione
del Paese.
Decenni dopo, l’Ulivo di Romano Prodi avrebbe
riproposto una formula per molti versi affine, riunendo
nel 1995 il Partito democratico della sinistra,
il Partito popolare italiano, i Verdi e altre forze
in una coalizione di centrosinistra. Fu il tentativo di
dare una casa comune a culture provenienti dalla
sinistra, dal cattolicesimo democratico e da altre
esperienze riformatrici. Alle elezioni del 1996
quella coalizione arrivò al governo del Paese.
Sarebbe naturalmente improprio tracciare una
linea diretta e automatica tra Santi e l’Ulivo. Ma
è possibile riconoscere una continuità di metodo:
mettere insieme culture diverse senza chiedere
loro di rinunciare alla propria identità, costruendo
invece una convergenza attorno a
obiettivi condivisi. È questa la lettura che lo stesso
Istituto Fernando Santi ha proposto negli anni, richiamando
l’esperienza dell’Ulivo come possibile
momento di sintesi di quelle tradizioni.
Il Partito democratico, nato nel 2007 anche
dall’evoluzione dell’esperienza ulivista, ha raccolto
una parte importante di questa eredità. Ma
la questione oggi non è stabilire quanto un partito
sia fedele o meno a una formula del passato.
È chiedersi quanto siano ancora presenti nella
politica del centrosinistra alcuni dei suoi presupposti
originari, ovvero il rapporto con il lavoro, la
capacità di progettare lo sviluppo, il pluralismo
delle culture riformatrici, l’attenzione alle disuguaglianze
e soprattutto una visione che preceda
le alleanze elettorali.
Forse è proprio qui che Lombardi e Santi conservano
la loro maggiore attualità. Non nell’offrire
soluzioni da riproporre tali e quali dopo oltre
mezzo secolo, ma nel ricordare che una coalizione
diventa progetto politico soltanto quando
alle formule organizzative corrispondono
idee, valori e obiettivi riconoscibili. E che il centrosinistra,
ieri come oggi, trova la propria ragione
d’essere quando riesce a trasformare
differenze e tradizioni diverse in una proposta
concreta di cambiamento.

Marco Luciani

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